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Carnevale, poco fa volato via Ricordi

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Di Franco Presicci:

E anche il Carnevale è passato. Coriandoli, stelle filanti, maschere, carri addobbati… tutto portato via da un colpo di vento. Dei vecchi Carnevali, quelli che risalgono alla mia adolescenza, cioè un’ottantina di anni fa, io ho un ricordo vivido. Oggi i fotografi viaggiano da un capo all’altro del Paese per riprendere le feste in piazza con maestose figure allegoriche su quattro ruote, uomini, donne, bambini in maschera che suonano trombette di latta o di cartone, danzano, cantano o si esibiscono in giochi, scherzi ingenui a volte meno…

2fca72ff 0c53 4c00 ad29 b73062dbdd3eIl fotografo- cronista Carmine La Fratta, laboratorio a Lama, prolungamento di Taranto, abilissimo nell’immortalare la realtà quotidiana, è stato a Venezia, a Putignano, a Massafra, a Viareggio, immergendosi nella baldoria, fra i cori, non trascurando i vestiti d’epoca, le vaporose parrucche settecentesche delle signore, i cappelli a tre punte dei maschietti con i pantaloni annodati sotto le ginocchia., usati nella Venezia dei Dogi.

Ricordo il Carnevale del fegatino di Crispiano, che aspirava al posto di quello di Viareggio, mentre piogge di cerchietti multicolori cadevano “nazzecanne” dai balconi imbandierati con lenzuola e tappeti. Ai miei tempi il Carnevale era modesto, forse perché erano gli anni della miseria e la fantasia non bastava. Ma i falò erano giganteschi. Si animavano vere e proprie competizioni: chi li faceva più alti era osannato. Qualcuno sistemava sulla cima il carnevale defunto con le prefiche improvvisate affrante, straziate per il dolore finto. A fare sempre più grandioso il falò erano i cittadini, che gettavano sulla strada le carabattole che occupavano soltanto spazio, e i “comò”, le “colonnette”, gli armadi divorati dai tarli; qualche altro procurava le fascine, che il carbonaio di via Dalò Alfieri non aveva; qualche altro aveva acquistato i fiammiferi dal tabacchino di don Damiano e il falò prendeva fuoco, scoppiettando, arrostendo il povero carnevale di pezza, che aveva fatto divertire grandi e piccini, ballare nelle case specialmente con le canzoni napoletane: ad esempio “”I’ te vurria vasà|…”, di Vincenzo Russo, figlio di un calzolaio e di un’operaia; e quelli nati negli sfarzosi “Caffè Tripoli” “Gambrinus”, dove Gabriele d’Annunzio, seduto ad una tavolo, scrisse “A vucchelle”.

Il Carnevale come oggi era allegria, spensieratezza, invenzione. Tutti si esaltavano. Non c’erano gli abiti di Zorro o del pirata Barbanera, che furoreggiò nel Mare dei Caraibi, e molti si arrangiavano magari vestendosi da donna con il seno gonfiato da due arance e la capigliatura confezionata in qualche maniera e i tacchi fatti di legno nudo o di un materiale trasparente. Bastava poco per fare scena. L’importante era partecipare alla festa.

90bfab57 2c68 4255 b3e9 debd9cfd8f71Rivado al carnevale estivo di Crispiano, che si svolgeva in primavera, in anni molto più recenti, con sapori, odori, bancarelle lungo il corso principale, carri allegorici simpatici, molto spesso originali e grandiosi, con il presidente della Pro Loco Egidio Ippolito (mi ha inviato testimonianze fotografiche suggestive, mentre quelle in bianco e nero sono di Mimino della Biblioteca (sua la foto di home page, ndr.) e rappresentano la prima edizione che al microfono affermava che il “suo” Carnevale faceva invidia anche a quelli di Massafra e di Putignano e, perché no, anche a quello di Viareggio, il più famoso, il più affollato, il più esaltato, calato in un mondo di sogni. Comunque il Carnevale crispianese era costruito con sapienza, intelligenza, passione e il risultato era magnifico, rutilante, tra il profumo dei fegatini messi a cuocere sulle griglie delle macellerie e le figure mascherate. Sfilavano costumi sfavillanti, carri con un sole scenico enorme, cavalli di Troia e sotto il palco in ansiosa attesa di essere chiamati a salirvi per esprimere il loro giudizio personalità come il sindaco di Maruggio. Che carnevale! Michele Annese, direttore della Biblioteca “Carlo Natale”, acquistava chili di fegatini da gustare con gli amici raccolti sul balcone della suocera. “Divertitevi, ragazzi, divertitevi, ai guai penseremo domani”, esortava con toni crescenti la presentatrice, bella e persuasiva.

Il carnevale porta gioia. E a Milano, dove dura tre giorni di più, quando scompaiono i coriandoli e le stelle filanti la gente torna a correre come alla maratona dei cinquantamila. E allora c’è chi dice: “Corri, corri, ma dove vai?”. Le ragazze in bicicletta della nota canzone lo sanno che devono inebriarsi del sole in fronte; il compianto fotografo-ciclista Benvenuto Messia, della splendida Martina Franca, sapeva che stando in sella con il vento in faccia poteva avere l’occasione di uno scatto di quelli che non si ripetono. Ma a Milano corrono tutti, anche i nuovi meneghini, e quando chiedi a qualcuno: “Perchè corri?” non sa neppure lui la risposta. C’è chi non rinuncia a correre nemmeno a carnevale e nei cortei arriva con i pattini o con il monopattino, di quelli moderni dotati di motorino. Non come i nostri 80 anni fa: ce li facevano da noi, con le ruote dei cuscinetti dei camion americani. Ma ai cortei di carnevale andavamo a piedi, sensibili al grido del venditore di arachidi e lupini.

A Milano ci andavo per scrivere le cronache. E ammiravo Meneghin e Cecca e le zabette della Pucci, una brava attrice che le accoglieva in una sala di Radio Meneghina di Tullio Barbato. Erano simpatiche, le zabette, ma se le stuzzicavi reagivano. Una volta mi sostituì una collega che le definì come non doveva: pettegole e vecchiette, ma le zabette non erano né vecchie né pettegole. Anzi alcune erano anche attraenti. Per riparare andai a far loro visita, rimanendo per due ore al microfono con la Pucci, raccontando barzellette. L’anno dopo ripresi a raccontare il Carnevale, che a volte veniva disturbato da alcuni scavezzacolli che lanciavano oggetti pericolosi e fu proprio Tullio Barbato a richiamarli all’ordine, perché il carnevale è una festa e tale doveva rimanere.

Non ho mai visto il carnevale di Venezia, se non nelle pagine dei libri di Fulvio Roiter e nelle foto di Carmine La Fratta, sempre attento a cogliere il momento, la luce giusta, le espressioni. Quando, nell’85, per lavoro andai a Venezia (dovevo intervistare il questore Mario Iovine), vidi in piazza San Marco, prima di salire sul motoscafo della polizia, solo chioschi ricchi di piccolissime maschere in gesso. Ne comperai un paio, barbute, che conservo ancora.

c5da31f4 c756 44eb a7e1 06abe36fbf2dDa poco Carnevale è volato via come tutte le cose e non ha lasciato tracce. La gente a Milano ha esultato in piazza Duomo, in corso Vittorio Emanuele, in piazzetta Reale tra suoni di orchestre e di qualche menestrello con la chitarra, immaginandosi nelle vesti di Trincale, cantastorie d’arte. Gli anni vanno su un velocipede e c’è chi pensa già all’edizione prossima. Niente rimpianto o nostalgia. Io ho nostalgia del “mio” Carnevale, povero, ma partecipato, coinvolgente e senza ritorno. Ero ragazzo, andavo a vedere le maschere nella città vecchia. Antonio De Florio ha postato su Facebook un video con una poesia di Diego Marturano sull’atmosfera della festa con la voce di Amelia Ressa. Nicola Cardellicchio ne ha organizzato un altro dal titolo “Carnevale de ‘na vote”, con maschere in posa, una impegnata con l’organetto, un’altra con il tamburello in una sala del Castello Aragonese, da dove è partito il funerale di Carnevale arrivato a piazza Fontana, un tempo teatro nell’occasione di una guerra fra ragazzi a colpi di confetti. Le mamme in cucina anche questa volta hanno fritto le chiacchiere, gioia e delizia di tutti i palati, vassoi colmi di chiacchiere. Altrove hanno fatto le castagnole e le pignolate. A Carnevale non possono mancare le goloserie. Anche a Milano pastifici e pasticcerie hanno avuto le vetrine piene di chiacchiere che facevano gola ai passanti che non potevano acquistarle.

A Carnevale è lecito impazzire, purché non si faccia male a nessuno. Una volta , e forse ancora oggi da qualche parte, il Carnevale fatto di stoffa o di altra materia veniva appeso ai balconi o tra una ringhiera e l’altra. Povero Carnevale! Prima impiccato e poi defunto. Eppure è portatore di buonumore, di letizia.

Rileggo qualche riga di Giacinto Peluso, che va oltre nel tempo: quando “per noi il carnevale s’identificava con un personaggio che ogni anno faceva la sua apparizione nel vico Statte e vi sostava, riverito e stimato, sino al Martedì grasso. Era un grosso pupazzo alla cui confezione partecipavano un po’ tutti, chi con il materiale, chi con la mano d’opera. Si costruiva un “omone, imbottendo di paglia un enorme pantalone e relativa giacca. Poi si sagomava la testa, di solito rotonda, la si conficcava in un manico di scopa che a sua volta s’infilava nel corpo del manufatto. Sul volto si appiccicava una maschera comprata nel negozio di Gaeta vicino alla chiesa di San Michele”.

Questo è’ solo un brano estrapolato da un lungo capitolo di “Taranto da un ponte all’altro”, ricco di dettagli, come è solito fare Peluso, studioso di grande qualità. Di fianco al testo campeggia una foto del carnevale del 1893.

Anche i poeti hanno scritto versi sul Carnevale, tra questi appunto Diego Marturano, a cui ha dato brillantemente voce Amelia Ressa, che a suo volta scrive poesie. Fate pure i funerali al pupazzo, tanto l’anno venturo rinasce. E perdonate se questo mio pezzo vi appare un po’ disordinato.

(foto: Egidio Ippolito e Mimino della Biblioteca) 


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