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La cultura di Piero Mandrillo Ricordi

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Di Franco Presicci:

Una foto spesso risveglia ricordi. E da quella postata giorni fa da Antonio De Florio su Facebook (una via di Pulsano) emerge la figura di Piero Mandrillo , che in quel paese della provincia di Taranto ha avuto la culla. Nella Bimare arrivò molto dopo; e crescendo non dimenticò mai le sue origini. S’impegnò negli studi, divenne docente d’italiano, dialogando con gli studenti, non nutrendoli soltanto di cultura, ma di esempi di vitadi vita.

Lo conobbi quando avevo una ventina d’anni e frequentavo, come lui, la libreria Filippi in piazza Maria Immacolata, di fianco all’abitazione del poeta, etnologo, esperto di dialetto Alfredo Nunziato Majorano e allo stabile in cui successivamente andò ad alloggiare il “Corriere del Giorno”, in tempi lontani da quelli in cui vi lavoravano Domenico Casulli (che poi scelse la professione di notaio), Ventrelli, Scardillo, Di Battista, Cavallaro…).

79065ef8 9625 4a4f a912 927aec7e94ddMandrillo era una persona alla mano e quando parlava riversava sull’interlocutore cascate di cultura. Si doveva solo ascoltare, se si aveva voglia di apprendere. Ogni domanda riceva una risposta precisa e circostanziata. Era amico del medico pediatra Giuseppe Barbalucca, maestro della penna e studioso (per un periodo fu capocronista del “Corriere”, che aveva tra i collaboratori Dino Salvaggio (poi diventato direttore), già mattatore in materia di calcio al periodico “Bari Sport” (foto accanto: Barbalucca, Salvaggio, Presicci, ndr.).

Andai più volte a casa di Piero e quando lui era impegnato a scrivere un articolo, parlavo con la moglie, che ricordava gli anni dell’Università Gregoriana, dove il marito aveva acquisito la sua cultura sconfinata. Mandrillo era un personaggio noto non soltanto a Taranto, tanto che per qualche mese andò ad insegnare la lingua di Dante a Wellington, in Nuova Zelanda, lasciando al “Corriere” e alla “La Gazzetta” la speranza di ricevere chicche di quella preziosa esperienza.

1643dfb9 d5aa 4b7d b31f 6498cded9eadRientrato a Taranto, veniva spesso a Milano per abbracciare la figlia Maria Teresa e il suo nipotino. Io andavo a prenderlo alla stazione, lo invitavo a pranzo da me, se non lo aveva già fatto la sorella Caterina, e mi dava notizie di Taranto, sapendomi sempre interessato a ciò che accadeva nella mia città. Mi parlava di Giuseppe Francobandiera (foto accanto, ndr.) che stimava moltissimo; delle iniziative che quell’uomo di grande cultura sviluppava con sapienza al Circolo Italsider alla masseria Vaccarella, “iniziative sempre prestigiose, perché è un uomo di grandissimo valore e di notevoli capacità organizzative”. E parlava anche di dialetto, in particolare della voce “’chiùdde”.

Dalla carta stampata passò alla televisione, con trasmissioni importanti, seguite ed apprezzate. In una delle mie rimpatriate fui suo ospite sul piccolo schermo e frugò nella mia attività a Milano, cercando fra l’altro di sapere se avessi imparato il meneghino. No, non lo avevo imparato volontariamente, essendo legato alla Bimare con una colla potente e usando frasi come “Ghe penzi mi” sarebbe stato un tradimento alla mamma. Non appartengo alla categoria di pugliesi che assimilano il vernacolo del luogo di adozione per distinguersi. Pur riconoscendo i pregi di questa città, non dimentico mai quella in cui sono nato e le persone care, di cui ho memoria costante.

Giacché c’era, a Milano Mandrillo intervistava notevoli personalità, tra cui Giuliano Gramigna, allora critico d’arte del “Giorno”; Eugenio Montale, Raffaele Carrieri, poeta e critico d’arte di “Epoca” e del “Corriere della Sera”; e pubblicava sul “Corriere del Giorno”. Quando insegnavo alla scuola di giornalismo lessi un suo articolo, commentandolo; lo feci anche per rendergli omaggio. Nel ‘67 organizzai una serata pugliese al Cida (Centro informazioni d’arte) in via Brera, presente fra gli altri lo scrittore Domenico Porzio, che fu capo ufficio stampa della Mondadori e assistente del presidente, Arnoldo. In quell’occasione Piero arrivò con la “troupe”. Aveva saputo dell’evento da una mia intervista rilasciata a Mario Azzella, di Trani, sulla Rai nazionale.

Non ci metteva molto a prendere il treno con il suo equipaggio per fare la cronaca di una manifestazione che riguardasse soprattutto Taranto. Era saggista e critico d’arte e in questa veste setacciò gli artisti di Taranto e li raccontò Tivù Taranto, con sede in via Di Palma (credo che fosse proprio querlla l’antenna).

Era nato nel 1917, scomparve nel 1989. Scrisse libri in italiano e in inglese: “Uomo nell’ombta”; “Motivi italiani nella poesia di Shelley”; “Dieci liriche”; “Goldoni fuori della storia”; “C,G, Viola scrittore” (l’autore di “Pater, il romanzo del lume a petrolio”); “Mezzo socolo di poesia a Taranto”; “Carducci tra amore e poesia”, opere che ho letto due o tre volte a distanza di tempo…

A Pulsano non hanno seppellito il suo ricordo; anzi hanno dato il suo nome alla biblioteca. E neppure a Taranto. Amava la città e ne conosceva la storia; amava il Galeso e i poeti che lo hanno celebrato; amava Mar Piccolo, “’u mare peccerìdde”, “ca fàce nazzecàre le lambàre” e spande profumo e musica amava le cozze, i tesori di Taranto. Un volta la settimana andava in una pescheria sotto l’ospedale vecchio e le gustava sul posto. Amava i versi di Alfredo Nunziato Majorano (“Tàrde vècchie mije”) ; esaltava Alfredo Lucifero Petrosillo e Diego Marturano. Il poeta Diego Fedele diceva che nella scrittura Mandrillo non ha rivali. “la sua è una penna nobile”.

Piero era stimato e rispettato. Era amico di Giacinto Peluso, che con i suoi libri ha fatto conoscere tanti aspetti e personaggi di un tempo., non trascurando le tradizioni; e dei fondatori del “Corriere del Giorno”, Giovanni Acquaviva, Franco De Gennaro, Egidio Stagno e Luigi Ferrajolo. Era curioso, patito di teatro. Se a Firenze o a Milano andava in scena una commedia interessante, prendeva il treno e partiva. E a Taranto assisteva spesso alle commedie degli autori locali e non. Era in prima fila la sera in cui al Circolo Sottufficiali l’Enal presentò “Trenta secondi d’amore”.

8322c958 9c3b 49fc b837 86dec2ab92b4Piero era alla mano. Se c’era da aiutare qualcuno non si tirava indietro. Era schietto nei giudizi. Abbiamo camminato tanto soprattutto nella città vecchia, dove ascoltava il vernacolo emesso dalle labbra screpolate dei pescatori. Qui il dialetto ha un sapore antico. Ascoltare i suoni, le onomatopee, che armonia! Allora lungo il Mar Piccolo c’erano i banchi a scale con piatti copputi pieni di frutti di mare, di cui anch’io ero ghiotto. Ci fermammo davanti al punto-vendita di Mimino Miccoli e ne ordinammo mezzo chilo a testa; e intanto lui faceva una scorpacciata di “’mbòte”, “schife”, nel senso di scafo, “menelècchie”, marauèttele… Dava uno sguardo alle facciate delle case e si amareggiava.

Un giorno venne a trovarmi al giornale, quando io stavo per uscire su un omicidio di marca mafiosa. “Vengo con te”. Feci uno strappo alla regola, perché non potevo ospitare estranei sulla macchina di cronaca. Quando percorreva le vie di Milano leggeva le targhe, In via Bigli gli indicai il palazzo in cui aveva il suo famoso salotto culturale la contessa Clara Maffei. Lo stabile è vicino a via Morone che sfocia nella bellissima piazza Belgioioso dopo aver attraversato la casa del Manzoni. La piazza accolse i sospiri d’amore di Stendhal per una contessa che vi abitava.

Adesso Piero non c’è più e io avverto la sua mancanza. Per me, che sogno Taranto e la sua bellezza, era la voce del “nido”, il pozzo di San Patrizio dei ricordi. Alcune sere mi accompagnava a casa con Serafino Schiedi (insegnava latino alle medie) e regalava briciole delle sue vaste conoscenze. Custodisco il ritaglio di un mio articolo sulla Bimare pubblicato negli anni 50 da “Il Rostro”, diretto da Franco Sossi” (critico d’arte molto apprezzato da Palma Bucarelli, direttrice della Galleria di Arte Moderna di Roma). Me lo dette lui, accompagnandolo con il suo libro su Carducci.


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