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La locomotiva a vapore Ricordi

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Di Franco Presicci:

Ogni anno faccio un pellegrinaggio alla stazione di Martina Franca, osservando i treni che vengono da Taranto, Bari e Lecce. Ognuno ha i suoi gusti. Il mio ha radici lontane, che risalgono all’adolescenza, quando nella Bimare salivo sul convoglio per venire in Valle d’Itria, la terra della bellezza e del calore umano. A tirare i vagoni era la locomotiva a vapore, che si lasciava avvolgere dal nel suo stesso fumo, che usciva dalla sua grande pipa collocata sulla fronte e a tratti sibilava, per comunicare la partenza e l’arrivo. Arrivati a Martina, mi fermavo un bel po’ sul marciapiede, per vedere “’a ciucculatère” – così la chiamavamo tra i due mari – che, per invertire il senso di marcia, compiva qualche metro, superava uno scambio e sul nuovo binario tornava indietro per piazzarsi sulla piattaforma girevole, dove tre o quattro ferrovieri la facevano roteare,.
Quante volte mi sono chiesto dove fosse finita quella ruota, la cui manovra mi affascinava. Un giorno, ormai adulto. m’imbattei in un signore alto, sottile (credo fosse il capostazione) e gli confessai la mia curiosità. “E’ lì., guardi, in fondo, sulla destra”. Ed esprimendogli il mio amore per Martina, il desiderio di ritrovare quel meccanismo, mi disse che entro un paio d’anni l’avrebbero ripristinata, facendone la base di una locomotiva a vapore, a testimonianza di un’epoca. Gioii. E m’incamminai verso il punto indicatomi da quel signore, ma quando arrivai fui deluso. Quello che consideravo uno degli oggetti dei miri sogni era semisotterrata sotto un vagone antidiluviano mezzo arrugginito. Peccato.
La vedevo ancora in azione in certi video su facebook e speravo che quella di Martina rinascesse, come mi aveva detto quel mio interlocutore. Da allora sono sempre tornato in quello scalo, ma non ho più incontrato qualcuno disposto a darmi notizie. Non me ne ha potute dare neppure Dario De Simone, anima dell’Aisaf, l’associazione amanti delle ferrovie, con sede a Bari. Anni fa era stato uno degli organizzatori di un treno speciale, “Salento Express”, Bari-Martina, con gli scompartimenti carichi di orchestre, quindi musica, e delizie pugliesi.
Quando da Milano piombavo a Martina e nel capoluogo pugliese prendevo un convoglio della Sud-Est, a Mungivacca ammiravo una “Ciucculatera” pimpante su un binario morto e sognavo la stessa opera d’arte a Martina. La locomotiva a vapore è storia, leggenda, sogno, ha ispirato poeti celebri, come Giosuè Carducci (“Alla stazione una mattina d’autunno”; Giovanni Pascoli (“La via ferrata”) ed altri, compresi famosi scrittori: per Marinetti era un cavallo d’acciaio e per Montale sinonimo di saluti definitivi e dolorosi.
Con grande soddisfazione ho letto su “Noi Notizie” di Agostino Quero che sono stati avviati i lavori per dare più lustro alla stazione di Martina. Quindi risorgerà la piattaforma girevole e. chissà, forse gli innamorati come me di binari, marmotte e locomotori potranno finalmente avere il piacere di rivedere “’a ciucculatère” ricordare gli anni in cui circolava fischiando e sputando “nebbia”. Ho tanti ricordi di quei giorni di una vita fa. Mi alzavo alle 4 per prendere con zii e cugini la carrozza di “mest” Michele parcheggiata tra via Dalò Alfieri, dove c’era un carbonaio, e via Giovan Giovine. Ma troncare il sonno non mi pesava, ansioso di andare a prendere il treno per Martina,. Da lì andavamo a piedi sul Chiancaro, dove stava la campagna dello zio canonico penitenziere, don Martino Calianno, uomo dalle gradi virtù e amante dell’ordine e dell’obbedienza.
Ci aveva fatto poche raccomandazioni: non bisognava toccare l’uva da tavola e non prendere le noci, che non erano mature. Io e Enzo facevamo il contrario e quando se ne accorse ci punì facendoci zappare un pezzo di terra con in testa ognuno un cappello da prete per proteggersi dal sole. Un amico di mio nonno Ciccio, amante anche lui “d’a Ciucculatère”, ogni tanto mi sollecitava a raccontare le mie esperienze tra quei sedili di legno che chiamavano carro bestiame. Rispondevo che mi sempre accanto al finestrino per vedere le case, i contadini al lavoro, gli ulivi e le vigne. Quando invece ero pià grande e tornavo a Taranto, a volte prendevo il treno che passava da Gioia del Colle e subito alla stazione sentivo la voce del ragazzo che vendeva le mozzarelle.
Ne ho fatti di viaggi, quando stavo a Taranto. Da lì andavo anche a Lecce con la littorina. Una volta il macchinista mi ha ospitato nella sua cabina e ho potuto vedere la macchina che ingoiava i binari. Avevo nel cuore quella sagoma nera che m’incantava. Correva, correva facendo bollire i binari, come la macchinetta del caffè bolle quando la bibita è pronta per essere servita. Per questo le avevano assegnato quel nome, in dialetto. Dalla “ciucculatere” che rumoreggia sul fornello a quella che traina i vagoni in cui sei seduto. A volte, soptrattutto di sera, non si trovava posto e allora si viaggiava in piedi, almeno fino alla stazione successiva. E quel posto vacante creava litigi tra chi era riuscito ad occuparlo e chi non ce l’aveva fatta. Una sera temetti addirittura una rissa, che venne scongiurata. Ma uno dei due litiganti, volendo dire l’ultima parola, Urlò contro l’altro. “Ma chiudi la bocca, hai appena lasciato la zappa”. Ero un ragazzo sveglio e pensai: “Che stupido! Ammesso che quello faccia davvero il contadino non merita il disprezzo. Il contrario. Ha nelle mani un mestiere nobile: cura la terra che ci dà da mangiare e magari anche il latte preso dalle mammelle delle pecore”. Fra parentesi, io adoro chi suda sulla terra. E’ anche il suo sudore che rende fertile la zolla.
La locomotiva correva, fischiava, sferragliava, lanciava fumo. Nasisi, Statte, Crispiano, San Paolo, Madonna del Pozzo. I capistazione, con il cappello bordato di rosso, davano il segnale del riavvio. Durante la guerra la corsa si concludeva a Nasisi, perché Taranto presentava il rischio delle bombe. Noi eravamo sfollati a Martina, sempre nella campagna sul Chiancaro. A volte la notte ci svegliavano i tuoni, ma erano le bombe che cadevano su Taranto. E ci chiedevano se la nostra casa fosse ancora in piedi, Il giorno dopo ancora sulla locomotiva a carbone per andare a Taranto ad accertare lo stato delle cose. E da Nasisi bisognava sgambare fino alle Tre Carrare, dove il sibilo della sirena incuteva paura.
Poi sulla locomotiva si intrecciavano i commenti, le impressioni, le preoccupazioni. C’era il mercato nero e magari qualcuno confidava al vicino dov’era quello in cui si serviva. “Mi raccomando, non dirlo a nessuno. Uno stava nei pressi di San Paolo, dove su un mezzo di fortuna, magari un camion, ci andavano mia madre e mia zia. Quando, finita la guerra, i grandi decisero di rientrare nella Bimare da un lato mi dispiacque, dall’altro non vedevo l’ora di salire sul mio treno preferito. Quando lo vedo sulle foto o nei video su facebook mi vien voglia di prenderlo per la gioia di sentirlo brontolare. Le guardo, le contemplo e penso anche a Benvenuto Messia, che me ne regalò una con dedica. L’alta velocità lo ha mandato in pensione, quel gioiello.
Anni fa sostò a Milano l’Orient-Express, proveniente da Venezia, sostò per opre sul binario 15 della stazione Centrale. I cronisti gli si assieparono intorno sul marciapiedi. Notai un signore anziano, basso e un po’ rotondo che guardava il muso d’”a Ciucculatere”. Era lui, proprio lui, un giornalista che dal “Corriere della Sera” era passato al “Giornale” e dei treni sapeva tutto, ma proprio tutto. Lo conoscevo solo io, lo presi sotto il braccio e lo portai al bar, dove di quel treno mi disse ogmi particolare, accennando anche all’assassinio di Agatha Christie. Poi tornai fra gli altri per visitare il treno, dove era tutto liberty, l’ambiente, gli abiti dei viaggiatori, uomini e donne, gli arredi. Una specie di “enclave”, in cui il tempo sembrava essersi fermato. Sedute su poltrone d’epoca giovani signore che conversavano in allegria; matrone con la fronte orlata di diamanti alla Cleopatra e tanti soci di Lord Brummel…Cercai di rivolgere domande ai due”lacchè” immobili ai lati del predellino, ma rimasero come statue di sale. M’immaginai un viaggio verso strade a me sconosciute, ma i sogni finiscono all’alba.

(foto: Antonio De Florio) 

 

 

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