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Fasano, no Ostuni, no Monopoli. Poi Brindisi. Quindici ore fra gli ospedali per una gastroscopia d’urgenza

Il racconto del figlio del paziente: "non so chi abbia ridotto la sanità di questa regione a questa situazione"

L’accaduto risale a venerdì. Ieri il ringraziamento a tutti quanti, tanti, abbiano dato attenzione a questa denuncia. E agli operatori che, sostiene, devono fronteggiare queste situazioni frutto non di loro negligenza. Di seguito, quanto pubblicato da Marco Mancini:

Sono le 22.50.

Sono entrato in ospedale con mio padre alle 18.32. Prima di venire qui, al Perrino a Brindisi, siamo stati al PTA di Fasano. «Meglio Ostuni, no forse Monopoli». «Ma a Monopoli ci fanno casino se mandiamo “i vascolari” – dice una di loro – meglio di no». «Ma non hanno gastroscopia d’urgenza lì. Ma sì andiamo ad Ostuni. No, Brindisi», e nel tragitto decidono Brindisi. Sembrava impossibile ma alla fine sappiamo almeno dove andare. Un giro di bottiglia, due dita incrociate e vai che almeno sappiamo dove.

Mio padre ha un codice giallo per aver più di una volta, prima di arrivare al pronto soccorso, vomitato sangue.

C’è una sala d’attesa piena di codici verdi, un paio di codici bianchi e fortunatamente all’arrivo nessun codice rosso. I pazienti sono tutti in barella, una sala di barelle, non li conto, non si contano. Mio padre ha sete, non posso dargli dell’acqua, non posso senza chiedere ad un medico.

«È dalle due e mezzo che mia sorella è qui, adesso sono le 19 e 20, ma vi rendete conto che sono cinque ore che non respira per i dolori?» inveisce una signora contro un infermiere. Sono qui in vacanza, dicono, sono venuti a vedere la Puglia e forse una colica renale gli ha rovinato tutti i piani.

Non riesco a fare a meno di notare le numerose barelle una vicina l’altra, qualche parente seduto a terra ed altri che sostano dove non dovrebbero. «Signora – dice la responsabile dell’accettazione – dia una mano per il trasporto di suo marito in chirurgia». «Io?» chiede lei. «Si lei, signora. Altrimenti ci tocca aspettare. Noi abbiamo solo 3 barellisti e voi siete 80». Non credo alle mie orecchie, non ci voglio credere. Non ci credo, sono preoccupato per mio padre, come ognuno di loro è preoccupato per il proprio padre, figlio, fratello, fidanzato, marito o amico.

Vedo gente litigare con gli operatori sanitari, e infermieri urlarsi tra di loro. Ad un certo punto sorrido, penso a quanto possa essere vero tutto ciò. Ho avuto la fortuna in vita mia di visitare il Pronto Soccorso del Perrino di Brindisi, una sola volta. Tutto ciò, io, non lo avevo mai visto. Questa guerra tra poveri, io, non l’avevo mai vista. Questa impazienza tra i pazienti, io, non potevo immaginarla.

Sono trascorse quasi 5 ore da quando siamo qui, mio padre ha un codice giallo, ma sono in arrivo due codici rossi. La guardia giurata fa sgombrare la zona antistante la sala emergenze. «Signora, mia moglie sta per vomitare – dice lui, un uomo sulla settantina – datemi qualcosa». Gli danno una traversa e un “faccia fare qui”. Provo pena per loro, per i pazienti, gli infermieri, gli operatori, i medici tutti.

Loro sono pochi e gli altri sono tanti. Le barelle sono poche e la gente è tanta. Mi siedo accanto a mio padre, sono le 23.05 adesso, ed ho trovato il modo di passare un po’ il tempo. Mi sono messo a scrivervi di questa mezza giornata al Perrino di Brindisi. Sono seduto a terra, mio padre sulla barella, ed un signore seduto su una sedia mi fissa. Mentre ho la testa piegata sul telefono, mi sento toccare la spalla: «Vieni che ci sediamo insieme, ce la dividiamo» mi dice quell’uomo che mi fissava. Gli sorrido, mi sorride. Adesso la guerra tra poveri è meno guerra. In questa battaglia contro il tempo, c’è ancora umanità.

«Mancini, suo padre potremmo portarlo a Lecce. Lì abbiamo una gastroscopia d’urgenza».

Io non so chi abbia ridotto la sanità di questa regione a questa situazione. Non so come si è arrivati a tutto questo. Non so come sia possibile che un cittadino, per una gastroscopia d’urgenza, debba fare almeno cento chilometri da casa sua e varie soste intermedie per arrivarci.

Ma so che è qualcuno che, probabilmente, non ha mai trascorso mezza giornata in questa sala d’attesa.

«Mancini, questi sono gli esami di papà».

Arrivo, finisco di vomitare pure io un po’ di rabbia e arrivo.

Comunque qualcuno che prima o poi, a tutte queste attese, dovrà dare delle risposte.


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