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Scrittura e resistenza. Il poeta-operaio che lascia l’Ilva

Vincenzo De Marco, 42enne di Grottaglie

Di Angela Maria Centrone:

Vincenzo De Marco (classe 1976) è nato a Grottaglie (TA), paese in cui tuttora vive e “resiste”, ed ha cominciato a  lavorare all’Ilva nel 2000. Nel 2014 ha esordito con la sua prima raccolta di poesie “IL MOSTRO di rabbia & d’amore” (Aphorism, lettere animate), ristampato nel 2017 da Les Flaneurs con il titolo “IL MOSTRO versi di rabbia e d’amore”. Nel 2018 ha pubblicato “RIVOLTO A SUD pensieri e poesie” (Les Flauners) ed è coautore di “MACERIE” (Les Flauners, 2016) e “RACCONTI DiVini” (Giacovelli Editore, 2018). Le sue poesie parlano di Ilva, ma anche di Puglia. Parlano di inquinamento, lotta sociale, passione, bellezza. Parlano della vita. Parlano di Sud. Da gennaio 2019 non sarà più ufficialmente un operaio Ilva, il “mostro” che l’ha divorato, come ha divorato una città e un’intera provincia.
 
Vladimir Majakovskij è il poeta-operaio per eccellenza, il poeta della Rivoluzione di Ottobre che attraverso la parola tenta di ridefinire l’umanità al di fuori della produzione di massa. Vincenzo De Marco anche è un poeta-operaio, ma la tua battaglia, ad oggi, è un’altra. Vuoi raccontarci qual è?

La mia battaglia personale, che amo definire lotta pulita, è in pratica un grido di denuncia. Denuncio lo stato in cui in pochi hanno deciso di farci nascere, crescere, ammalare e morire in questo lembo di terra. Solo e soltanto per il profitto di pochi. Denuncio le ingiustizie dentro e fuori la fabbrica. Chiedo rispetto e dignità per la classe operaia. Chiedo rispetto e dignità per chi vive, si ammala e muore fuori dalle fabbriche inquinanti. Ma non solo. Cerco nello stesso tempo di essere utile al territorio tutto, lottando non solo contro l’inquinamento industriale, ma anche in favore dei meno fortunati, chiedendo I diritti che a troppi sono negati. Chiedo anche che il nostro territorio venga tutelato e che torni a risplendere di vita propria. Che possa vivere delle sue bellezze. Sono tanti I temi che tratto con la mia penna. Diciamo che la mia è resistenza civile. Resisto al brutto con la poesia e la prosa cercando di essere utile. La scrittura per me è appunto resistenza.

Pensi che saresti stato un poeta anche senza l’Ilva?
Sì. Credo che sarei stato poeta, se così posso definirmi, anche senza l’Ilva. Scrivo da sempre, anche prima che fossi assunto in fabbrica. Scrivo non solo di fabbrica. Ecco perché credo che sarei ugualmente stato un poeta. Però non nego che essermi trovato all’interno di un mostro mi abbia aiutato a lottare in versi con ancor più forza.
Credi che il poeta abbia salvato l’operaio o il contrario?
Entrambi credo. Credo che l’operaio abbia salvato il poeta durante I turni lavorativi e il poeta abbia salvato l’operaio nella vita fuori dalla fabbrica. Uno aiutava l’altro e viceversa. Fortunatamente.
La tua ultima raccolta si intitola “Rivolto a Sud”, laddove il Sud diventa un punto di vista e una scelta di appartenenza. Se potessi scegliere rinasceresti al Sud?
 
Credo fermamente che, se dovessi rinascere, rinascerei nel mio Sud. Il Sud che amo, di cui scrivo e di cui mi nutro. Il Sud che difendo con tutte le mie forze. Non vorrei rinascere da nessuna altra parte se non nel mio Sud. Il sud è poesia e io poeta non potrei chiedere null’altro che rinascere qui. Per continuare a scrivere e cibarmi di Sud appunto.
 
Come immagini il tuo futuro prossimo, fuori dall’Ilva?
 
Come immagino il mio futuro fuori dalla fabbrica? Nuovo. Più bello. Colorato di un colore nuovo. Ho deciso di licenziarmi a 42 anni. Ho deciso di avere il coraggio di non avere paura. Vedo questo come una rinascita. La mia rinascita. Voglio vivere il mio futuro facendo ciò che davvero amo fare. Voglio farlo da subito. Ho 42 anni appunto ma è come fossi nato da un mese. Voglio vivere di scrittura e di libri. Aprirò, spero presto, una libreria indipendente, un caffè letterario, cercando di farlo diventare una agorà per tutti coloro hanno a cuore il futuro, l’arte e la cultura. Tutti potranno usare la mia libreria per esprimere il loro talento. Questo voglio fare. Di questo voglio vivere. Così vedo il mio futuro prossimo. Naturalmente e lo sottolineo, lasciare la fabbrica significa lasciare un lavoro che non amavo. Non significa abbandonare la lotta al fianco degli operai, dei cittadini e del territorio. Semmai è il contrario, la mia lotta aumenterà. Continuerò a denunciare il marcio e a far conoscere il meglio della nostra terra con i miei libri. Continuerò a fare resistenza culturale e civile. Semplicemente dalla parte opposta del muro perimetrale della fabbrica. Rinasco. Rinasco e lo faccio continuando a lottare per me, per gli altri, per un futuro migliore.

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Vincenzo De Marco, 42enne di Grottaglie

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